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giovedì 29 marzo 2012

Mancano immagini, Intervista

l'ambientazione è quella dei Palazzi romani quel poco che viene scritto assume il tono della macchietta o dell'invettiva di parte. Insomma manca sempre l'afflato epico, e in fondo anche il successo di pubblico. Abbiamo cercato di capire perch´ chiacchierando con Valerio Massimo Manfredi, storico e scrittore che di epica se ne intende (Lo scudo di Talos, L'ultima legione, Idi di Marzo...).
Professor Manfredi ma perch´ è difficile romanzare la politica contemporanea del nostro Paese?
«Nel romanzo che ho pubblicato l'anno scorso, Otel Bruni, io racconto anche un bel po' di politica italiana, sino agli anni Cinquanta. Ma allora la tempra degli uomini era diversa... Le faccio un esempio semplice: quando affondò l'Andrea Doria, il comandante Calamai fu costretto a lasciare la nave vuota, restò sino all'ultimo. Schettino è saltato giù. È una metafora ma rende bene l'idea».
Quindi niente epica, manca lo spessore.
«Non è facile fare un romanzo con le liti televisive, parlare di una politica tutta tesa ai vantaggi elettorali. È finta politica. I nostri ragazzi non sanno dove guardare. Non è che non manchino dei singoli politici diversi da questo modello, capaci di dignità e di impegno, ma manca una visione, una prospettiva d'insieme».
Ma quand'è che la politica italiana ha smesso di essere un oggetto interessante per la narrazione?
«Il grande discrimine secondo me è stata la fine dello scontro con le Brigate Rosse. L'Italia in qualche modo è stata una terra di frontiera. C'era un clima cupo ma creava uno spazio epico. Mi ricordo la figura esile di Pertini china sulle bare. Era un immagine potente. Non era questione di colore politico tutto il Paese poteva riconoscersi in quell'uomo anziano che portava un grande peso».
Poi?
«Poi è finito tutto. Siamo una Nazione forse più marginale di un tempo. Una Nazione magari più ricca ma che su molti fronti ha scelto il disimpegno, i televisori al plasma. Al massimo quello che si può ambientare in un contesto così è qualche thriller».
Ma se lei dovesse ambientare un romanzo nell'oggi che sfondo sceglierebbe?
«Sceglierei l'Afghanistan dove ci sono italiani che soffrono e che muoiono. Combattono in una situazione tremenda, difendono avamposti che nemmeno Forte Apache... Questo sì che è epico. Oppure sceglierei come sfondo il mondo della grande finanza. Le banche. In quel contesto adesso si muove il potere. La politica del resto in questo momento è stata messa all'angolo. Resteranno i tecnici, almeno fino a quando non si troveranno orizzonti nuovi».

<<FONTE: ilgiornale>>

giovedì 22 marzo 2012

La7, Interviste

http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50257146

Lucia Loffredo intervista in studio Valerio Massimo Manfredi.

martedì 29 novembre 2011

Interviste, Valerio Massimo Manfredi a Pescara


Manfredi a Pescara: il mio Omero

Lo scrittore-archeologo (foto) apre il ciclo di "Conversazioni adriatiche": "Il titolo dell'incontro deriva dal mio romanzo 'Le paludi di Hesperia', che racconta la storia di Diomede"
Manfredi a Pescara: il mio Omero
Archeologo, scrittore, conduttore televisivo. Sarà Valerio Massimo Manfredi il grande protagonista che inaugurerà, domani alle ore 17, nella sede della Fondazione PescarAbruzzo di corso Umberto a Pescara, il ciclo di conferenze dell'Istituto di studi Adriatici. Un nome, quello di Manfredi, particolarmente atteso dal pubblico pescarese. I suoi numerosi romanzi dedicati alle gesta degli antichi eroi della civiltà greco-romana sono stati tradotti in tutto il mondo, ha ricevuto importanti riconoscimenti come il Premio Hemingway per la narrativa 2004 e il Premio Bancarella 2008. Eletto "Man of the Year" nel 1999 dall'American Biographical Institute, Valerio Massimo Manfredi può vantare anche la nomina a Commendatore della Repubblica motu proprio del Presidente Carlo Azeglio Ciampi nel 2003. Autore di soggetti e sceneggiature per il cinema e la televisione, conduttore dei programmi trasmessi da La7 "Stargate - linea di confine" e "Impero", è tra i protagonisti della trasmissione Rai di divulgazione scientifica "E se domani". La sua trilogia "Alèxandros" è stata acquistata da Universal Pictures per una produzione cinematografica e Dino De Laurentiis ha portato sul grande schermo il suo romanzo "L'Ultima Legione".

Manfredi si racconta al Centro in occasione dell'incontro di domani, primo appuntamento degli otto promossi dall'Isad e dalla Fondazione Giammarco. Un ciclo di conferenze che partirà domani e che andrà avanti fino al prossimo mese di maggio. Otto incontri affidati a noti studiosi che affronteranno in chiave multidisciplinare momenti e temi delle culture adriatiche. Il programma dell'iniziativa è molto variegato. Si va dall'Adriatico nella letteratura all'incontro sulla città di Durazzo, passando per "La laguna di Venezia", "Gli approdi del medio Adriatico dalla protostoria all'Alto Medioevo". Spazio anche alla conferenza sui venti, "Anemos" e all'Adriatico di Filippo II. Manfredi domani interverrà sul tema "Riscritture del mito" dialogando con lo storico Lorenzo Braccesi, altro protagonista degli incontri. Il 28 aprile Braccesi sarà di scena alla Feltrinelli per discutere de "I Greci e l'immaginario Adriatico", penultimo degli appuntamenti in programma.

Lei è l'attesissimo ospite che domani pomeriggio darà il via alla serie di Conversazioni adriatiche. Può offrire ai lettori del Centro qualche anticipazione?
«Il titolo dell'incontro deriva dal mio romanzo "Le paludi di Hesperia", che racconta la storia di Diomede. L'eroe omerico, di ritorno da Troia, lascia la sua città e la sua sposa, ormai nemiche, e giunge nella parte più settentrionale dell'Adriatico. Da lì riscende la penisola e la Puglia e arriva alle Isole Tremiti dove, secondo il mito, muore. Ci sono molte località nell'Adriatico dove c'è la presenza del culto di questo eroe. E' un'ipotesi romanzesca, perché i coloni che frequentarono l'Adriatico erano argivi, come Diomede. Non soltanto eroi dell'antichità».

Il suo ultimo romanzo, "Otel Bruni", è ispirato alla sua famiglia.
«Precisamente al ramo materno della mia famiglia. Maria Bruni era mia nonna ed è lei stessa un personaggio del romanzo. Quest'opera vuole raccontare il secolo breve, il Novecento, la guerra. Non quella dei grandi personaggi, né dei politici, dei generali, dei capi, ma quella vista da una famiglia umile, che ha avuto una vita molto travagliata».

C'è un genere che preferisce leggere?
«Non ne ho uno in particolare, leggo di tutto. Leggo libri di carattere tecnico per mantenere una competenza scientifica. Leggo i classici, i contemporanei. Diciamo che mi oriento a naso sulle recensioni, su una visita in libreria, su una segnalazione di un amico».

Qual è stata una delle esperienze più emozionanti legate al suo lavoro di archeologo?
«La ricognizione e il rilievo del Trofeo dei Diecimila in Anatolia orientale insieme a Timothy Mitford. Un gigantesco cumulo di rocce di grandissima valenza storica e culturale. Siamo riusciti a identificare il punto di arrivo della marcia dei Diecimila, di cui mi sono occupato per ben 7 anni di ricerca».

Dopo la trilogia "Alèxandros" è tornato a parlare di Alessandro Magno con "La tomba di Alessandro".
«C'erano state diverse pubblicazioni anche abbastanza bislacche sull'argomento. Era arrivato il tempo di fare il punto della situazione e di avanzare qualche ipotesi più vicina alla verità. L'ho fatto con questo saggio storico».

C'è una storia che le piacerebbe ancora raccontare?
«Quando scrivo non seguo un programma particolare. Ho in mente tanti abbozzi, quello che prende forma prima degli altri diventa una storia. E' una cosa che avviene in maniera molto casuale».
<<FONTE: ilcentro>>

mercoledì 9 novembre 2011

Interviste, Bagradas

Bagradas: una graphic novel scritta a quattro mani da Valerio Massimo & Diana Manfredi

Creato il 04 novembre 2011 da Alessandraz
Il 3 novembre per la casa editrice Aliberti è uscita nelle librerie la graphic novel “Bagradas”, sceneggiata dal noto archeologo e romanziere Valerio Massimo Manfredi e la figlia Diana, laureata all’accademia di belle arti di Bologna. Un connubio quanto mai inedito il loro ma decisamente proficuo. Valerio Massimo Manfredi riprende la vicenda da lui narrata nel racconto breve “Bagradas” contenuta nell’antologia “Brivido nero” edito dalla Aliberti editore nel 2005 e la rielabora assieme alla figlia creando una graphic novel di forte impatto visivo.


La trama della graphic novel rielabora le vicissitudini di una legione romana di stanza presso il fiume Bagradas. La vicenda si sviluppa durante la prima guerra punica: l’esercito è in fermento perché di lì a poco attaccheranno la città di Cartagine. Strani accadimenti e soprannaturali sparizioni tra i soldati portano lo scompiglio tra le truppe alimentandone la paura. Voci e leggende si rincorrono nell’accampamento fino a quando il comandante Attilio Regolo decide di chiamare un cacciatore di tracce per scoprire la verità. Quale verità si cela dietro quelle sparizioni? Cosa si nasconde nelle limacciose acque del fiume Bagradas? La storia già ricca di suspense e tensione si avvale delle potenti ed evocative tavole illustrate dalla giovane e talentuosa Diana Manfredi che riesce a carpire con maestria i tratti misteriosi e sovrannaturali che la storia porta con sé.

Bagradas: una graphic novel scritta a quattro mani da Valerio Massimo & Diana ManfrediTrama:
Valerio Massimo Manfredi racconta, ancora una volta, una storia intensa ambientata nell’antica Roma; Diana Manfredi, la figlia, ne coglie il lato più immaginifico e affascinante e lo interpreta in splendide tavole a colori. Il racconto Bagradas è ispirato a un celebre passo dello scrittore romano Valerio Massimo sui prodigi e sui fenomeni paranormali. Narra di strani e misteriosi accadimenti verificatisi al tempo della dominazione romana a un corpo di soldati romani inviati contro i Cartaginesi. L’esercito del console romano Attilio Regolo, sbarcato in Africa durante la prima guerra punica, si accampa lungo il fiume Bagradas. Misteriosamente alcuni dei soldati spariscono senza lasciare tracce, nemmeno i corpi vengono ritrovati. Non si trovano indizi, tracce di sangue, impronte: nulla! Questi accadimenti gettano nello sgomento l’intera truppa e sulle bocche dei soldati iniziano a circolare strane storie che parlano di mostri diabolici. Viene chiamato un esperto ichneuta, il cacciatore di tracce, per cercare di scoprire la verità e riportare la tranquillità perduta nell’accampamento. Scoprirà una realtà spaventosa contro cui un intero esercito si trova inerme… il mostro del fiume Bagradas!

Bagradas: una graphic novel scritta a quattro mani da Valerio Massimo & Diana ManfrediGLI AUTORI:
Valerio Massimo Manfredi: si è laureato in lettere classiche all'Università di Bologna ed ha una specializzazione in Topografia del Mondo Antico all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha insegnato nella stessa università, all'Università di Venezia, alla Loyola University Chicago, all'École pratique des hautes études della Sorbona di Parigi e alla Bocconi di Milano. Attualmente insegna, presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna, sede di Ravenna. Ha pubblicato molti articoli e saggi e ha scritto note opere di narrativa - soprattutto romanzi storici - tradotte in tutto il mondo (circa 10 milioni di copie vendute a livello internazionale). È autore di soggetti e sceneggiature per il cinema e la televisione, collabora come antichista a Il Messaggero e Panorama, come giornalista per Archeo, Focus ed altre riviste del settore. È sposato con Christine Fedderson, traduttrice inglese, e ha due figli. Diana Manfredi (Piumazzo di castelfranco Emilia, Modena, 1984) si laurea nel 2008 in pittura presso l'Accademia delle Belle Arti di Bologna. Nel 2007 si trasferisce a Berlino dove frequenta l'UDK, seguendo corsi in Comunicazione visiva e Belle Arti. Attualmente vive e lavora tra Roma, Piumazzo e Berlino.Bagradas: una graphic novel scritta a quattro mani da Valerio Massimo & Diana Manfredi


<<FONTE blog>>

Interviste, Arezzo

 
Domenica 6 Novembre, alle ore 17, l’Autore presenterà il suo nuovo romanzo «Otel Bruni» al Giardino delle Idee (Via San Lorentino, 8 presso l’auditorium del Museo di Arte medioevale e Moderna). Intanto una anticipazione sul romanzo e sul suo Autore.



Quando ho chiuso il romanzo “Otel Bruni” a pagina 358, quando ho capito che la storia si chiudeva sull’ultimo ospite di questa accogliente stalla (un luogo magico che  racchiude in sé le anime dell’ostello, della taverna, dell’osteria, del convento e dello spedale), confesso di essermi commossa. Di quella commozione che è un misto di nostalgia (quella verso i personaggi che richiudi dentro le pagine e quella per il mondo che ti hanno raccontato), di malinconia (quella che non è tristezza ma riflessione profonda su ciò che si è appreso) e di tenerezza (per ogni singolo personaggio che ha transitato da quelle pagine agli occhi e da lì dritto alle emozioni). Avrei potuto giurare, chiudendo questo romanzo, che scriverne una recensione sarebbe stato facile; perché in fondo è facile scrivere e raccontare di qualcosa che ti è piaciuto tanto. E scopro invece, di fronte allo schermo, che è forse quella più difficile che mi sia trovata a scrivere fino ad ora. Perché in fondo – chi ha radici solide nel mondo contadino, proprio come me – questo romanzo in parte lo ha vissuto sulla propria pelle e ad ogni singolo personaggio della storia può attribuire un nome diverso, un volto, un suono di voce, un’inflessione dialettale ed una storia di vita, persino un abito e un odore, di alcuni può anche descriverne i gesti o il modo di camminare. Per questo è difficile: è come recensire la vita dei propri nonni, dei propri genitori e di parte della propria infanzia; è come entrare nei ricordi e ritrovare cose credute perse e vive dentro tanto da far male. Ma ci posso provare.
La famiglia Bruni è una famiglia che racconta la storia italiana dal primo decennio del 1900 fino alla fine della seconda guerra mondiale attraverso gli occhi di un mondo contadino. Il tempio, il témenos, entro cui si snoda il racconto è la grande stalla (grande come una cattedrale) in cui – nelle serate invernali – si incontrano personaggi straordinari: viandanti, mendicanti, soldati, donne impazzite di dolore, aedi e narratori, filosofi e paesani, giovani che si innamorano e passioni politiche che si scontrano, contafavole e stranieri erranti. Chiunque viene accolto dalla grande famiglia Bruni, indipendentemente dalla sua storia (che non viene mai chiesta a nessuno) e indipendentemente dal motivo per il quale si trova a passare da lì. I protagonisti sono la Clerice e Callisto, una solida coppia, e i loro 9 figli, 7 maschi e due femmine. Ognuno, alla nascita, avrà nel cuore della madre un suo destino: Floti il più precoce a camminare, esplorare, parlare, sarà quello attraverso gli occhi del quale ci saranno narrati gli orrori della Prima Guerra Mondiale; poi c’è Francesco che impara a ridere prima che piangere e sorridere e che sarà piegato come un giunco dal dolore del lutto nella Seconda Guerra Mondiale. Gaetano, forte fin da piccolo e fragile per amore. E Armando, forse non troppo sveglio e fragile emotivamente ma che in ogni attimo della sua vita di marito dimostrerà quanto è grande la forza di un amore anche contro tutte le apparenze. E le femmine: Rosina e il suo destino di donna sposata ad un uomo geloso e gelosamente violento. Una donna che sa di non poter far altro che accettare di essergli moglie ma che rifiuta di accettare la costrizione. Maria, piccola e fragile ma solo in apparenza e con la forza di un mastino per difendere il suo amore e suo figlio. Una grande famiglia all’interno di un contenitore che è la memoria collettiva. Una famiglia in cui i valori della cristianità si mescolano a quelli della magia e ella superstizione e dove la stretta di mano ha lo stesso valore di un contratto. Dove l’amicizia e la solidarietà non sono sentimenti riservati alla ristretta cerchia del proprio mondo ma si espandono all’umanità dentro la quale c’è ognuno di noi. Illuminante il pensiero di Callisto (il reggitore della famiglia) quando ospitando ogni soldato che bussa alla sua porta durante la prima guerra mondiale spera in cuor suo che ci sarà qualcuno che ospiterà – in caso di bisogno – ognuno dei suoi sette figli.
È straordinario Valerio Massimo Manfredi a tratteggiare la storia volandoci sopra con singole e struggenti storie personali: il senso della politica, ad esempio, è racchiuso in un pensiero semplice e profondo allo stesso tempo, elaborato da uno dei nipoti della Clerice e di Callisto. Fabrizio incontra Rossano, il suo amico d’infanzia, con la divisa fascista (una ideologia che lui rifugge e combatterà come partigiano) e Rossano gli rivela che quell’uniforme è diventata il suo abito normale. Ed è lì che Fabrizio comprende che quando un’uniforme si identifica con la persona l’idea che rappresenta non è più politica ma religiosa e quando divide due amici cresciuti insieme non è una idea positiva. Semplice; ma ferocemente profondo.
La storia personale di una famiglia dentro la storia dell’uomo in un secolo cupo fra due guerre devastanti, il fascismo, le lotte di classe e la guerra civile. La storia di una famiglia che regge l’impatto con la crudeltà degli eventi perché sostenuta con forza dai quei valori che venivano trasmessi nella narrazione, in quelle notti fredde passate dentro una stalla tutti assieme a parlare di sé e di come va il mondo. Una storia fatte di paesaggi umani la cui bellezza nasce dal senso di “comunità” che trascende e sospende il giudizio sull’altro e dove l’altro è semplicemente colui che domani potrebbe sostenerti nel bisogno. Una storia che urla la nostalgia di un mondo in cui il fondamento della serenità era lo scambio umano e la parola attraverso cui ognuno esprimeva il senso profondo della sua esistenza.
La biografa dell’Autore è ricca e avventurosa: ha viaggiato veramente negli angoli più remoti del mondo, ci ha raccontato attraverso i suoi saggi ed i suoi romanzi la vita dell’uomo attraverso i secoli. Ha insegnato ai giovani il senso e il dono della memoria e della ricerca attraversando la storia da prestigiose cattedre universitarie nazionale ed estere. Lo abbiamo seguito in televisione con i suoi documentari. Raccontare la sua vita richiederebbe forse qualcosa di più di una semplice biografia che accompagna una recensione e per informazioni più dettagliate vi consiglio di visitare il suo sito ufficiale. http://www.valeriomassimomanfredi.it/tool/home.php   Qui basta ricordare che Valerio Massimo Manfredi è nato a Piumazzo di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, nel marzo del 1943. Si laurea all’Università di Bologna in Lettere Classiche e prosegue specializzandosi in Topografia del Mondo Antico presso l’Università dal Sacro Cuore di Milano fissando definitivamente il filo che legherà la sua vita all’archeologia ed alla storia. Partecipa a numerosi scavi in varie parti del mondo e produce non poche pubblicazioni a carattere accademico e scientifico. Nota la sua attività di conduttore televisivo di trasmissioni di divulgazione storico/archeologica e storica (“Stargate – Linea di confine” ed “Impero” sul LA7) Nel 2003 registra un documentario audio sulla figura di Alessandro Magno, usando il lavoro di ricerca svolto per la sua trilogia di romanzi di Aléxandros. È autore di soggetti e sceneggiature per la televisione e per il cinema.Nel 2003 registra un documentario audio sulla figura di Alessandro Magno, usando il lavoro di ricerca svolto per la sua trilogia di romanzi di Aléxandros. PNel 2003 registra un documentario audio sulla figura di Alessandro Magno, usando il lavoro di ricerca svolto per la sua trilogia di romanzi di Aléxandrosiù che noti i suoi romanzi tradotti in tutto il mondo (circa 8 milioni di copie vendute è la stima ufficiale). Fra i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale spiccano: nel 1999 “Man of the Year” American Biographical Institute, Raleigh, North Carolina; nel 2003 nomina a Commendatore della Repubblica “motu proprio” del Presidente Carlo Azeglio Ciampi, il premio Corrado Alvaro Rhegium Julii (2003) e premio Librai Città di Padova, nel 2004 il Premio Hemingway per la narrativa, e nel 2008 il premio Bancarella. Collabora con “Panorama”, “Il Messaggero” e “Airone”. Ha collaborato inoltre a “Archeo”, “Gente Viaggi”, “Traveller”, “Soprattutto”, “Primopiano”, “Grazia”, “Focus” (edizione italiana e spagnola) e con “El Mundo”.
INTERVISTA 
Laura – Innanzitutto, professore,  grazie per la disponibilità all’intervista e mi permetta di ringraziarla, ancora prima di cominciare, per un aspetto del suo romanzo che mi ha profondamente coinvolto. In “Otel Bruni” le donne hanno un ruolo fondamentale, non scontato. Lei ha tratteggiato la figura femminile definendola dignitosamente dentro le pieghe di una storia crudele ma esaltandola per il coraggio, per la forza, per la volontà e per la grande capacità di sopportare lutti e dolori con il pudore di chi è consapevole che di “dolore non si muore”. Io voglio ringraziarla per questo e per la capacità di non descrivere le donne solo come madri piangenti o mogli passive. Grazie per la carezza ideale e per la delicatezza che ha riservato alle donne ammalate, a quelle anziane, a quelle folli, a quelle innamorate e a quelle rassegnate.
Passo subito alle domande: il suo romanzo è ambientato in luoghi dove lei è nato. La narrazione è intensa, toccante, profondamente emotiva. La sensazione è quella di leggere un intimo diario, un percorso personale di ricerca del sè attraverso la memoria collettiva. Sbaglio?
VALERIO – Non sbaglia affatto. I Bruni erano il ramo materno della famiglia di mia  madre. In altri termini Maria Bruni, uno dei personaggi più importanti del  romanzo, era mia nonna. Queste storie le ho sentite raccontare in famiglia  tante volte così ho finito per credere che fosse tutto normale cosa che non è. Le donne vi hanno una parte importante perché così era. L'arzdoura, ossia la  "reggitrice", era il titolo che competeva alla madre di famiglia che godeva di grande prestigio sia in famiglia che fuori.  È una vicenda  formidabile, magica, drammatica, incredibile. Quando me ne sono accorto ho pensato fosse venuto il tempo di raccontarla. In più quel mondo, il mondo contadino che non esiste più, andava tramandato alla memoria.
Laura – La storia della famiglia Bruni ha un tema conduttore che culmina nel finale: è il tema di una famiglia che “accoglie”, che ascolta, che si prende cura dell’uomo attraverso l’ospitalità, indipendentemente dall’uomo che si ospita e sospendendo il giudizio sull’altro. Che valore attribuisce a questo comportamento umano?
VALERIO – Era un comportamento ispirato dalla formazione cristiana, il concetto che  tutti sono il prossimo, che nel più miserabile dei viandanti e dei senzatetto, può nascondersi Dio stesso che un giorno terrà conto di come lo  abbiano accolto sotto le spoglie di un mendico che non avrebbe mai potuto ricambiarci. È anche una necessità di quel tipo di vita: aiutarsi l'un l'altro rendeva possibili grandi opere come l'aratura, la trebbiatura, la battitura della canapa. Tuttavia l'ospitalità dei Bruni era fuori dal comune  tanto che divenne proverbiale e la loro stalla enorme come una cattedrale fu il luogo di accoglienza di chiunque, passando nella notte, sorpreso da un temporale o da una tormenta di neve, chiedesse ospitalità e rifugio. Oggi abbiamo conquistato condizioni di vita più agiate, viviamo più a lungo e il cibo non manca a nessuno ma non possiamo più permetterci di accogliere chiunque per timore di essere derubati, picchiati, a volte uccisi. Viviamo con  sistemi d'allarme e porte blindate. Tutto si paga.
Laura – Leggendo il suo romanzo ho avuto l’impressione che il sentimento dominante sia la “nostalgia”, non quella intesa come malattia dell’animo umano o quella dell’Ulisse inquieto; la nostalgia, piuttosto, che tende al passato per recuperarne il senso e soprattutto ciò che è ritenuto migliore del qui ed ora. Se non ho sbagliato interpretazione: lei, cos’ha ritrovato attraverso questo romanzo?
VALERIO – Ho riesplorato ciò che in realtà già sapevo: che un vero uomo è generoso, onesto, che mantiene la parola data, che sta sempre dalla parte dei deboli contro i più forti e arroganti, che rispetta le donne ed è baluardo e protezione per la sua famiglia. Certo: nostalgia. Quando vedo ragazzotti  viziati e maleducati mancare di rispetto agli anziani, ignorare chi ha bisogno, deridere o insolentire chi è troppo lento ad attraversare le strisce non per pigrizia ma per età avanzata. Quando li vedo appesi a un cellulare per ore, o incollati a una playstation tutto il giorno invece che a fare qualcosa di utile e guadagnare qualcosa di ciò che stanno spendendo. Quando li vedo petulanti, superficiali, insofferenti di qualunque sacrificio o disciplina, sì, la nostalgia viene. Per fortuna ve ne sono ancora di molto bravi e capaci. Speriamo.
Laura – L’Otel Bruni è anche un luogo simbolico, è il luogo dove le famiglie contadine si raccoglievano per parlare, per passare le serate durante le “veglie” invernali. Una tradizione in parte persa, di cui resta traccia forse nella memoria di bambino di chi ha la mia età (perché io me lo ricordo bene il calore della stalla a dicembre e la voce del rimatore che cantava e il caffè d’orzo bollente…). Leggendo questa storia ho avuto la sensazione netta (e prima solo abbozzata) che la nostra cultura ha perso il gusto della parola e con essa il gusto di narrarsi. Che prezzo paghiamo o pagheremo per questo?
VALERIO – Il prezzo già abbastanza alto dell'emarginazione, della solitudine o della  socialità elettronica cioè virtuale. La parola è una necessità  per gli esseri umani e lo prova il fatto che (grazie a Dio) ancora si riempiono le piazze con i festival della letteratura e della filosofia.
Laura – Rispetto alla sua precedente  produzione letteraria, questo romanzo ha un’ambientazione narrativa completamente diversa e sembra davvero scritto come per una emergenza emotiva. Come è nata dentro di lei questa storia? C’è un evento che l’ha ispirata?
VALERIO – Sì, c'è. Mio figlio Fabio Emiliano ha scelto come tesi di laurea triennale di riesumare un "cold case", un caso irrisolto di omicidio avvenuto al mio paese il 19 maggio del 1946 e di cui fu accusato e condannato Armando Bruni. Il ragazzo ha svolto un lavoro straordinario arrivando di fatto a ribaltare il verdetto della corte. Il cerchio era chiuso. Era venuto il tempo di raccontare la storia dei Bruni.
Laura – Chi ha letto o leggerà il suo romanzo si renderà conto che questo evento è un episodio importante nel pre-finale del suo racconto; ma a questo punto viene voglia di chiedere a suo figlio se non potrebbe raccontarcelo anche a noi il “cold case” attraverso un racconto o un breve romanzo. Anche perché è difficile adesso reggere l’impatto con la curiosità di sapere tutto su questo thriller storico-legale!
Ancora una domanda: ce lo consiglia un libro, uno di quelli che le hanno lasciato dentro le emozioni più forti?
VALERIO – Le «Novelle» di Giovanni Verga. Lo trovo insuperabile.
Laura – Adesso le  propongo un gioco, che ho proposto ad ogni Autore intervistato. "C'era una luce strana, quella mattina, come se facesse fatica a superare un immaginario ostacolo...". Continui lei l’ipotetico incipit…
VALERIO – C'era una luce strana, quella mattina, come se facesse fatica a superare un immaginario ostacolo. Pensai che fosse l'effetto dell'ora legale che si lasciava indietro il sole, ma non era quello: ero abituato ad aspettare il sole e a misurarne la luce. E non era solo una questione di luce: i merli tacevano, e si sentiva invece, in lontananza, il verso lamentoso e insistente dell'assiolo. Infilai una vestaglia e scesi la scala principale. Il suono dei miei passi avvertiva di solito la mia cameriera che stavo arrivando e le dava il tempo di versare dalla cuccuma il caffè bollente in una  chicchera di Sèvres. Ma Lina non c'era e la cucina era in perfetto ordine. L'orologio era fermo. Mia moglie non c'era ma non c'era nemmeno lo sticker  giallo appiccicato alla porta in cui spiegava che era in palestra e che  sarebbe tornata prima delle dieci.  Non l'aveva mai dimenticato una volta sola. Cercai di chiamarla con il cellulare ma non c'era linea e nemmeno nel telefono fisso.
Il mio pastore tedesco non era seduto  davanti alla porta aspettando come tutte le sante mattine la crocchetta di pollo. Del mio mondo non stava funzionando niente!
Laura – Vorrei spudoratamente chiederle di iniziare da qui il suo prossimo romanzo perché le giuro che sono curiosissima di sapere cos’ha alterato il normale andamento temporale della vita di quest’uomo! La ringrazio ancora. 
Visualizzo 3 commenti
  • Antonio 6 giorni fa
    Stupendo Valerio Massimo Manfredi, e stupenda Laura da questa intervista emerge ciò che stiamo perdendo in termini di valori rispetto, altruismo, dovere. Una memoria storica, quella dei "vecchi" che non va persa, perchè ha la capacità di insegnare cose che non si trovano sempre nei libri. Il mio lavoro è per una grossa parte con gli anziani e l'insegnamento che viene da loro è ancora tramandato raccontando storie, storie di vita, alcune volte belle altre brutte, ricordi di giovinezza che diventano storie di "vecchi".
  • Serena 5 giorni fa
    Sono rimasta veramente colpita dalla storia e dalla bellezza di questa intervista. Attraverso le parole di entrambi, sembra quasi di fare un tuffo nel passato, un passato non così remoto come pare, anzi molto vicino; per un attimo mi è sembrato di sentire i racconti di mia nonna e di ritrovarmi nella sua cucina piccola, ma piena d'amore e d'accoglienza, sentimenti e se vogliamo atteggiamenti che sembrano ormai persi. Abbiamo perso molto in questi anni, in primis il rispetto verso gli altri e la volontà, il desiderio di condividere con loro piuttosto che lottare contro loro...grazie veramente di cuore.

    P.s. non vedo l'ora di partecipare alla presentazione
  • Maria Grazia Fantoni 1 giorno fa
    Non ho ancora letto il romanzo, l' ho acquistato solo ieri quando sono andata alla presentazione fatta con il suo autore; che devo dire semplicemente straordinario e carismatico.... e si anche io come Serena mi sono ritrovata in quella stalla o nel canto del fuoco con i miei nonni e la mia famiglia tutta ... in quelle sere d' inverno, lì dove si raccontavano le storie più disparate e dove l' accoglienza era semplicemente vita di tutti i giorni senza avere paura di essere rapinati od uccisi, semplicemente aiutare persone in difficoltà o semplicemente stanche.
    Grazie anche a Laura che ha fatto una intervista vera e incisiva.
    Maria Grazia 
     
    <<FONTE informarezzo>>

giovedì 20 ottobre 2011

Interviste, Io uomo di confine, Piumazzo la mia Itaca


In auto con Valerio Massimo Manfredi. Intrappolati sull’A1, un camion rovesciato tra Modena e Reggio Emilia. Stiamo andando a Pietrasanta, invitati nei rispettivi ruoli, lui autore, io editor, al festival letterario più originale di tutti. «Anteprime», inventato dal gruppo Mondadori, dove ogni autore si esibisce col proprio editor e con lui racconta il suo prossimo libro facendo vedere un po’ di backstage. Manfredi è lo scrittore italiano più letto nel mondo. Grazie alle sue avventurose trame epiche, fiction costruite con una fantasia incalzante che galoppa controllata dalla più rigorosa competenza del mondo classico. Della sua storia. Della sua archeologia. Delle sue lingue. È lo scrittore preferito da Fidel Castro conquistato con la saga avvincente di Alexandros, il re macedone. Milioni di copie nel mondo. Lui vive in una casa che ha costruito nella campagna emiliana, fra Modena e Bologna. A un passo da quella dei suoi avi e dalla stalla raccontata in “Otel Bruni”. Qui, da sempre, a Piumazzo abita la famiglia di Valerio Massimo Manfredi, archeologo, antichista, professore, sceneggiatore, conduttore televisivo ma soprattutto scrittore di numerosi bestseller storici. Ma questa è un’altra storia. Che ci riguarda da vicino.
Uno scrittore globale, profondamente radicato nel nostro territorio.
«Ho cambiato casa tre volte, ma abitando sempre nello stesso posto. Dove sono nato. Ora ho una bella casa, dove ci stanno tutti i miei libri. Ma al di là della siepe, vive ancora mia madre. Io la mattina mi alzo e le porto il caffè mentre lei zappa nell’orto. Nell'antica proprietà vivono ancora mia mamma e i miei due fratelli, io avevo bisogno di più spazio ma siamo sempre tutti insieme. La mia casa è stata realizzata secondo i desideri miei e di mia moglie Christine, che è di Chicago e insegna inglese ai cadetti all’Accademia. Oltre a tradurre i miei libri. Vanno e vengono i nostri figli, Giulia, artista, che vive a Berlino e Fabio, alle prese col suo primo libro, che vive a Roma. Giriamo tutti il mondo ma Piumazzo è sempre la nostra Itaca a cui tornare. La campagna. I grandi spazi. Memorie. Tradizioni. Modi di vivere. Quei valori elementari, ma fortissimi, di quel mondo antico che racconto nel mio ultimo romanzo».
Piumazzo sta al confine. Tra Modena e Bologna.
«Piumazzo, assieme a Castelfranco Emilia, è sempre stato nel bolognese. Ancora oggi chi va da Castelfranco verso il ponte di Sant’Ambrogio, al primo curvone, sulla sinistra, vede il cippo che segnava il confine tra lo Stato Pontificio e lo Stato Estense. È evidente che Piumazzo sta da questo versante. Parliamo bolognese. Siamo in Diocesi di Bologna. Il comune di Castelfranco fu trasferito alla provincia di Modena, quando Modena dovette rinunciare all’Abetone a vantaggio di Lucca. Onestamente, mi sento italiano. Per i miei studi. La mia cultura. Modena è una città amministrata bene. Pulita, piena di iniziative. Forte economicamente. Quando si sta in Emilia, si sta comunque in un magnifico paese. A Bologna ho fatto le medie e il ginnasio. Poi ho fatto il liceo al Muratori a Modena. E poi sono tornato a Bologna per l’università. La vita che fanno tutti gli uomini di confine. Questa estate nei giardini del Palazzo Ducale sarò a Modena per due serate in cui parlerò dell’Odissea. Il viaggio. Il ritorno».
E in Italia?
«Su scala nazionale l’aspetto più preoccupante riguarda il declino della scuola. Ricordo cosa fosse la scuola italiana quando io ho cominciato a studiare. Oggi la nostra scuola è in una crisi fortissima. E siccome la scuola che conta è quella pubblica, ciò porta a delle ingiustizie paurose. Solo i ricchi potranno permettersi di frequentare scuole decenti. E questa è la massima delle ingiustizie sociali. Sono figlio di un agricoltore, che aveva due piccoli poderi. Ho avuto delle possibilità straordinarie che mi sono state date tutte dalla scuola. Sono un prodotto al cento per cento della scuola statale. Di una buonissima scuola dello Stato. E questa è la vera democrazia. Tra i miei compagni di liceo c’è un fisico accademico dei Lincei, un direttore di France Soir, italiano, il numero due del politecnico di Milano, che insegna in Cina agli ingegneri cinesi. Tutti ragazzi che venivano da famiglie modeste. Se non si lavora con serietà su tutto il percorso formativo dei giovani, se non si ripristina l’eccellenza della scuola e dell’università, se non si premia il merito dei bravi e si costringe chi ha talento a emigrare, per questo paese saranno guai. Seri.»
Un luogo di Modena.
«La Piazza Grande con le absidi del Duomo è uno dei luoghi più belli d’Italia. E una fontana. Quando terminammo il terzo anno del liceo organizzammo la tradizionale cena tra compagni e professori. M’accorsi che non ero rasato, la mattina. Oggi un vezzo, alloro un segno di imperdonabile trascuratezza. Professori come Bassoli e Melli erano assai severi. Mi presentai con le guance fresche e impeccabili, perché andai a radermi con un sapone acquistato in tabaccheria alla fontana col putto di Graziosi, vicino al mercato coperto».

<<FONTE gazzettadimodena>>

mercoledì 19 ottobre 2011

Interviste, La storia e non solo



Per gli amanti della Storia e del romanzo storico italiani i nomi di Valerio Massimo Manfredi e di Alessandro Barbero sono una garanzia: il primo ha scritto numerosi romanzi tra Storia e realtà e saggi sull’antichità, il secondo ha affiancato all’attività di storico quella di romanziere, con Gli occhi di Venezia. Parlando con loro si capisce di quanto la nostra vita non possa prescindere dalla memoria di chi ci ha preceduto e ci ha aiutati a diventare quello che siamo.
Ma due storici come immaginano il futuro, proiettati così come sono nel passato?
«Il futuro è una brutta bestia», dice Alessandro Barbero, «ed è una caratteristica della nostra epoca non riuscire ad immaginarlo. Del resto, nel 1857 Cavour rispose che erano corbellerie a chi gli prospettava come prossima l’Unità d’Italia, non perché non ci credesse ma perché la vedeva come cosa molto più remota e lontana. Diciamo che un tempo c’era l’idea che il futuro avrebbe portato cose buone, oggi questo c’è meno e si tende invece a deformare il passato a proprio vantaggio».
Ma che differenza c’è tra scrivere di Storia e scrivere un romanzo storico?
«Il punto è che la mente umana cerca di arrivare alla verità, che è irraggiungibile», ricorda Valerio Massimo Manfredi, «la Storia è passato, ma è attuale solo nella misura in cui la consideriamo. Narrare la Storia è nato prima della ricostruzione storica stessa, Omero è venuto prima di Tucidide, e ci racconta una storia meravigliosa, quella di barbari micenei che diventano eroi. A noi non basta mai la vita che abbiamo, la nostra mente ha bisogno di essere riempita con avventure, anche perché nessuno di noi può vivere senza memoria, senza identità, senza emozioni, e quando scrivo sono io per primo a provare le emozioni che devo comunicare».
Pur avendo scelto di raccontare storie ambientate in epoche diverse, i libri di Valerio Massimo Manfredi e di Alessandro Barbero sono accomunati da una narrazione appassionante di fatti di solito freddi e da personaggi che non ci sono nelle storie ufficiali che sanno affascinarti.
«Se si scrive un romanzo storico non si può evitare di fare un confronto con Manzoni», dice Barbero, «che aveva il progetto ideologico di parlare degli umili, e non di Re e Papi, anticipando la storiografia moderna. Certo, quando si parla di contadini nella Storia non si parla mai del singolo contadino, quello spetta al romanziere».
Ma quanto è importante la Storia per capire la nostra identità, sopratutto in un anno come questo?
«Ho riletto l’altro giorno le Res Gestae di Augusto, l’imperatore che ha creato non solo l’impero romano, ma l’Occidente come oggi lo conosciamo ancora, che dice Nelle mie mani giurò spontaneamente tutta l’Italia», dice Manfredi e continua «vorrei sapere se esiste un altro Paese che ha un atto costitutivo così forte.»
«Vorrei aggiungere una cosa sull’Italia», ricorda invece Barbero, «quando oggi ci dicono che l’Italia non esisteva, che era disunita, in realtà è dal XIV secolo che chiunque abbia voluto scrivere qualcosa in Italia si sforza di farlo in italiano e non in latino o in dialetto. In città come Costantinopoli esisteva la Società Italiana degli Operai, di cui fece parte Garibaldi prima dell’impresa dei Mille».
«Infatti ci hanno sempre chiamati tutti italiani», continua Manfredi, «anche perché si critica come è nato il nostro Paese, ma in fondo la Spagna è nata da un matrimonio, altri Paesi come Belgio, Olanda, Iraq e Senegal sono nati a tavolino. Noi ci siamo da 25 secoli.»
Valerio Massimo Manfredi e Alessandro Barbero vivono per molto tempo nel passato, con persone che parlavano lingue come il latino o il greco, spesso in tempi recenti disprezzate per la loro presunta inutilità.
«Quando un ragazzo mi chiede a cosa serve il greco antico, io gli rispondo a niente e per questo è indispensabile», dice Manfredi, «mi è capitato di leggere una lettera di Frontone all’imperatore Marco Aurelio, in cui gli racconta la sua giornata che ha vendemmiato e poi è andato a trovare la nonna che stava male e le ha letto una poesia di Virgilio. In quel momento io parlo con l’imperatore dei romani e scopro che condividiamo la stessa umanità. E per apprezzare queste cose serve la cultura, che te la può trasmettere solo una scuola pubblica che funziona, io ho potuto studiare grazie alla scuola pubblica».
«E poi il greco e il latino sono due lingue che sono state usate per 1500 anni», ricorda Barbero, «non conoscerle significa non riuscire a parlare con la stragrande maggioranza delle persone vissute sulla Terra».
Parlando di fatti più recenti, come la Resistenza, come si può conciliare la memoria con la Storia?
«Una famiglia antifascista avrà una memoria diversa dei fatti che non una famiglia fascista», dice Barbero, «ma la Storia vuol dire guardare oltre il tuo naso, confrontando la propria memoria con quella degli altri. Negli Stati Uniti nell’Ottocento c’è stata una Guerra civile, il Sud ha perso, oggi l’argomento è conosciutissimo, ma tutti sono d’accordo che è andata bene che i fatti si siano svolti così e non ci sono più strumentalizzazioni politiche. Il passato non è chiuso e non va mai strumentalizzato».
Il mondo classico cadde di fronte all’incalzare dei barbari, che oggi viene a volte rievocato per scatenare la paura dello straniero e dell’immigrato.
«Barbaro è una parola greca, che indica tutti quelli che non parlavano la lingua greca, poi i Greci si accorsero che c’erano barbari più forti di loro, i Romani, e così i barbari diventarono quelli che non sapevano latino e greco. Ognuno è sempre il barbaro di qualcun altro», dice Barbero.
«I barbari erano comunque attirati dall’Impero romano, dove c’erano strade lastricate, biblioteche, terme, portici, ed era un po’ quello che oggi fa la tv verso le popolazioni più disperate. L’Impero romano è poi crollato per vari motivi, ma quelli chiamati barbari, allora come oggi, l’hanno salvato per lungo tempo, la strada è l’assimiliazione di modo che le varie culture possano convivere», ricorda Manfredi e aggiunge: «Inaccettabile comunque che in Parlamento sieda una forza politica che disprezzi l’Unità, costruita con il sangue di tutti gli italiani, che parli di un’entità territoriale che non è mai esistita, che si dimentichi che già nell’antichità erano italiani e romani personaggi nati al di fuori come Seneca, Virgilio, Plinio».
La Storia per capire il presente, l’appassionarsi a fatti lontani per diventare più consapevoli della propria vita e del proprio ruolo adesso.
 <<FONTE rivistahydepark>>

Interviste, Impero su La7

Valerio Massimo Manfredi è tornato su La 7 con un nuovo ciclo di Impero in onda tutti i giovedì alle 21,10. Sono già andate in onda le prime due puntate, una dedicata alla figura di Pio XII e l’altra a Nerone (qui trovate i video).
Il programma è ideato e scritto da Cristoforo Gorno con Tommaso Franchini e Natascha Lusenti. La produttrice è Cristina Urbani con la regia di Riccardo Mazzon. Nelle prossime si analizzeranno la Sindone, la bomba atomica, Ulisse, i Medici. Insomma al vaglio dello studioso tutto ciò che è potere, che ha generato potere, che ha mosso potere.
Ne parlo al telefono proprio con Manfredi in una convulsa (per lui) mattinata in cui però non perde nell’ordine: mai la pazienza; mai la disponibilità; mai il filo del discorso.
D.: Buongiorno professore, non posso fare a meno di esordire con un “complimenti per la trasmissione”. Ho trovato la puntata su Nerone molto ben curata, accademica, ricca di fonti e di citazioni. Come è arrivato uno studioso-scrittore del suo calibro alla Tv?
R.: Il mio coinvolgimento televisivo è avvenuto per caso. Mi venne a trovare Cristoforo Gorno e mi lasciò dicendomi che avrebbe voluto fare qualcosa con me in tv. Mi telefonò qualche tempo dopo annunciandomi che aveva il programma per me. Siamo partiti con 30 puntate e siamo arrivati a produrne 8. Ci vuole troppo tempo e molto lavoro e per fare bene le cose meglio ridurre il numero. Su 100 minuti di trasmissione 50 minuti sono interamente fatti da noi.
D.: Che differenza c’è per lei tra lo scrivere un libro e una trasmissione televisiva?
R.: La differenza consiste nel semplificare. Noi abbiamo già un pubblico di un certo livello ma la Tv resta comunque uno strumento più complesso di un libro che richiede che sia tutto più sintetico. Non c’è spazio per la riflessione, per la discussione. Diciamo anche che la nostra è un’opera buona.
D.: Come sono costruite le puntate?
R.: Abbiamo quest’anno un format un po’ diverso. Se in passato siamo stati più orientati all’epica, in questa edizione ci siamo rivolti di più alla critica. Ci sono le testimonianze, e si raccolgono le opinioni dell’accusa e della difesa. Con la puntata di Nerone abbiamo avuto non poche difficoltà a trovare dei punti a favore, troppo scarse le fonti.
D.: La puntata più difficile?
R.: Proprio la prima, quella dedicata alla figura di Pio XII. La sua posizione istituzionale, le ombre che lo hanno riguardato assieme alle sfumature sono stati elementi difficili da far emergere. La Tv non condanna e non assolve, ma abbiamo voluto una sintesi equilibrata.
D.: Come nasce il titolo “Impero”?
R.: Impero è certamente un titolo accattivante, ma di fatto lo abbiamo scelto per il concetto di potere che porta in sé. Analizziamo il potere nelle sue declinazioni e nelle sue conseguenze. Noi ragioniamo ad esempio sul potere delle invenzioni nel momento in cui gli scienziati le consegnalo alla politica. Ci sarà una puntata dedicata alla bomba atomica.
D.: Un Impero che le è piaciuto?
R.: Ragionando in termini storici l’Unione Europea. E’ un impero unico nella storia dell’uomo. Non a caso è definito il “Silent Empire”, l’Impero silenzioso: non fa chiasso, non fa proclami, ma è cosnistente. E’ un impero unico e non si hanno eguali nella storia. Per scelta, un gruppo di popoli che si è anche combattuto duramente, ha deciso di allearsi. E’ sicuramente un esperimento. Il rovescio della medaglia è sotto gli occhi di tutti: ha poco peso politicamente. Ma appunto essendo un esperimento non sappiamo ancora dove ci porterà.
D.: La immagino nel mezzo di mille progetti.
R.: Si sto scrivendo il mio ultimo romanzo. Una stroia che va dal 1914 al 1950 e che racconta di una famiglia composta da 7 fratelli e da una sorella, mia nonna. Racconto la loro storia a cavallo delle due guerre. Questa famiglia vive il novecento in una dimensione mitica e racconterò i loro drammi individuali che si intrecciano con quelli della storia.
<<FONTE tvblog.it>>

Interviste, otel bruni ad extramoenia.it

“Alla memoria di mio nonno Alfonso e mia nonna Maria e a mio figlio Fabio Emiliano, che molto ha lavorato per riscattare l’onore di Armando Bruni”.
Basta leggere la dedica impressa nelle prime pagine del voluminoso romanzo Mondadori per intuire il retrogusto familiare di Otel Bruni, il nuovo libro di Valerio Massimo Manfredi, il primo estraneo al filone dell’epopea storica. Per cogliere la profondità dei riferimenti personali, invece, è necessario ascoltare dalla viva voce dell’autore la saga familiare dei Bruni. Come ha fatto stamattina il pubblico al Cineteatro comunale di Giardini Naxos nell’ambito di Extramoenia. Dalle risposte di Manfredi, stimolate dalle domande dei lettori e di Monica Centanni, è emerso una sorta di “commentario” in presa diretta al romanzo in cui hanno preso forma e consistenza le vicende, i racconti, le leggende della sua terra, della sua gente e della sua famiglia, la famiglia di sua madre. La realtà dietro la finzione narrativa. Una piccola storia di contadini tra le pieghe delle ferite inferte dalla Prima Guerra Mondiale.
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Otel Bruni è una storia che nasce dal basso, dagli uomini e dalle donne che non hanno volto nella grande storia. Ho sempre avuto nella mente e nelle orecchie questa saga, l’ho sentita fin da bambino. Troppo tardi mi sono reso conto che avevo in mano un tesoro della memoria che sarebbe stato un peccato lasciare sfumare. Una microstoria che aiuta ad illuminare lo sfondo storico, ricca di paralleli con la tradizione classica. La sofferenza del padre che si domanda quanti dei suoi sette figli torneranno dalla guerra, i suoi sospiri nel cuore della notte, mi hanno fatto pensare a Laerte e all’Odissea”.
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“Un ruolo fondamentale nel recupero di questo spaccato di storia contemporanea l’ha avuto mio figlio che ha scritto una tesi di laurea sulle vicende irrisolte del dopoguerra emiliano. Mi sono vergognato scoprendo di sapere di più delle guerre persiane piuttosto che della storia contemporanea che aveva lambito la mia famiglia. Sono rimasto colpito dai tanti memoriali raccolti dai protagonisti, che tutti dovrebbero leggere. Perché quel mondo che si dovrebbe consegnare alla memoria, quelle storie, quei valori suggeriti dall’ineluttabilità  e radicati come principi, la solidarietà, la famiglia, la coesione, la carità”.
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A chi lo accusa di pesare con bilancino le ragioni dei rossi e le ragioni dei neri, Manfredi risponde: “Probabilmente non sarà possibile costruire una memoria condivisa, ma il fatto umano non si può ignorare. Nessuno è tutto nero e tutto bianco. I nostri genitori e i nostri nonni credevano che questo fosse un Paese per cui valeva la pena morire, oggi il nostro premier lo bestemmia, lo giudica un Paese di merda”.

<<FONTE blogdiextramoenia>>

Interviste, Salvaguardiamo la parola e la tradizione orale, senza arrenderci ai computer

Un romanzo che narra storie di uomini e viaggiatori, recuperati grazie alla tradizione orale. Un’immagine lontana dall’oggi dove, con un clic, si conoscono e si incontrano persone e esperienze. Ma che Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore italiano, ha condensato con fascino nelle pagine di Otel Bruni (Mondadori).
Dall’alba mozzafiato di Delfi e della mitologia greca, all’Otel Bruni (senza l’acca): cosa cambia in questa narrazione?
Nulla di radicale, c’è una collocazione molto più vicina a noi. Il racconto di una vicenda straordinaria di enorme intensità, estremamente vibrante, con in più il fatto che si tratta di un tema scottante che ancora divide. E di cui ancora vediamo le conseguenze negli scontri continui della politica, la quale sembra aver dimenticato che è lì per unire e non per separare il nostro paese.
Cosa incarna l’Otel Bruni?
È ispirato da una storia vera, il ramo materno della famiglia di mia madre. Sette fratelli e due sorelle, la più piccola Maria Bruni era mia nonna. Narro di una storia che ho sentito raccontare in casa dalla nonna e dalla mamma. E che mi ero in qualche modo dimenticato di quanto fosse unica, straordinaria e formidabile. Degna insomma di essere consegnata alla memoria. Come lo è la civiltà contadina di cui era parte.
Quanto conta oggi, nell’era delle rete, la tradizione orale dei racconti? Quasi un reperto archeologico?
È stato un modo di trasmissione del sapere e dell’esperienza fondamentale per decine di millenni. Ciò che adesso soppianta questa tradizione è il mutamento radicale della società. Il fatto che molti genitori si sono arresi al computer e ad altri oggetti che, pur preziosi, possono essere anche molto nocivi. Quindi hanno abdicato di fronte ai social network, rinunciando alla trasmissione personale di informazioni e contatti. Di esperienze che rappresentano un tesoro inestimabile.
Quale nell’economia globale del romanzo l’apporto della terra e della famiglia?
Molto forte, perché è un racconto drammatico con venature oniriche di magia, di eventi fuori dalla consuetudine accorsi a una famiglia che attraversa il secolo breve prendendovi parte molto attivamente. Due dei maschi furono accusati di omicidio, uno sicuramente innocente e l’altro al 98%: di questo si è occupato mio figlio nella sua tesi di laurea. Una narrazione forte, nella quale questa famiglia, attraverso la prima guerra mondiale, il fascismo, il secondo conflitto e la guerra civile, esce stritolata e di fatto devastata. Ci si rende anche conto del prezzo pagato da un tipo di società molto generosa e onesta. Che teneva la parola data, che aveva il senso dell’onore, il senso della fedeltà, della solidarietà umana. Assieme a tutti gli aspetti di rozzezza di un mondo rustico e arcaico. Con valori straordinari, che mi sembrava valesse la pena di trasmettere prima che se ne perdesse la memoria.
L’hotel come contenitore attuale delle memorie: la gente si incontra ancora nelle agorà di un tempo? O ha smesso di farlo abdicando in favore dei social network?
L’Hotel Bruni è in realtà la stalla di questa famiglia, grande come una cattedrale, dove chiunque bussasse a quella porta nel pieno dell’inverno, sorpreso da una bufera o da un temporale, veniva poi ospitato. Molta gente con storie incredibili da raccontare che vi rimaneva anche tutto l’inverno, in attesa che si sciogliesse la neve, prima di rimettersi in viaggio. Depositari di episodi anche agghiaccianti, con esperienze fuori dal comune o che si inventava di averle fatte. Comunque un luogo di incontro di cui serbo memoria, in quanto ero molto piccolo. E che ho avuto modo di osservare anche in casa mia.
E adesso?
Intanto abbiamo famiglie più piccole, quindi l’unità familiare è profondamente cambiata. Il televisore o il videogioco hanno preso il posto della comunità. Io ad esempio ho il televisore solo nel seminterrato, in quell’area della mia casa destinata al tempo libero o al lavoro. Ma non nel resto della casa, dove trovo piacevole incontrare persone e parlare, senza mortificare i rapporti e i contatti umani. Le aree dedicate alla famiglia sono solo dedicate a quello. Bisogna imparare a salvaguardare la parola, la chiacchiera, la discussione, scambiandosi le esperienze della giornata. Ho trascorso la scorsa estate con mio figlio convalescente, io lavorando al mio libro e lui alla sua tesi. E ci ritrovavamo attorno a un tavolo per il pranzo e per la cena. Ecco il seme con cui germogliare i rapporti.

<<FONTE ilfuturista>>